Particolare di 'Io fumo'

 

Works

Le donne rappresentate nei quadri di Chipi sembrano le testimoni di una specie primigenia e ancestrale di esseri umani tutti al femminile a cui sono affidate le incerte sorti dell’umanità. Esse, sia chiaro, non sono ermafrodite: non contengono in loro il doppio carattere sessuale, quanto sembrano essere delle anime di carne le cui sembianze femminili meglio rappresentano la loro fisicità e di conseguenza la loro rappresentabilità. Da quegli sguardi, da quelle forme fluide e antropologicamente esemplari, si potrebbe pensare che Chipi immagini e dipinga e sommessamente narri un’apocalisse in cui solo le donne avranno l’onere e l’onore di partecipare al mistero della resurrezione dei corpi.
Ma nell’universo culturale di Chipi non c’è l’intento né rivendicativo né celebrativo di un femminismo d’antant, quanto più probabilmente, l’irrinunciabile condizione dell’artista a partecipare, in tal caso finanche col proprio corpo, alla fatica e al frutto del proprio lavoro. Insomma c’è molto di sé nelle sue donne. Ci sono i sogni e gli incubi, i desideri e le paure, e ogni quadro sembra essere il risultato di una privata resa dei conti interiore alla quale l’onestà impone di consegnarsi nuda. Nuda perché ontologicamente sola ad affrontare il mondo, nuda perché al corpo l’artista chiede di suggerirle le dottrine. E allora lo spettatore legge e partecipa con la sua intima e muta solitudine a questi slanci oltre, a queste chiusure ermetiche , a queste mai rassegnate riflessioni interiori.
Quello che colpisce, poi, dei corpi che abitano le tele di Chipi è l’assenza (almeno palese) di erotismo. L’erotismo, come il misticismo sono infatti spinte tradizionalmente potenti verso l’uscita dal mondo: qui invece mi pare, piuttosto, una certa terrestre, quasi totemica, monumentalità, frutto di una trasfigurazione estetica ( quindi etica) che ha separato il male dalla sofferenza. Se la vita è attitudine al dolore, Chipi cerca di disciplinare il suo disagio e la sua sofferenza (il nostro disagio e la nostra sofferenza) perché consapevole che, in fondo, solo attraverso la conoscenza la più brutta realtà può, in qualche modo, divenire bella.

[Giovanni F. Accolla]

FOTO ATELIER (1)
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